Arte per l’Antoniano: Il Fiore della Solidarietá



Closer

di 

Isabella Falbo



Veicola forti emozioni la vasta esposizione composta dalle 66 opere dei 24 artisti selezionati in occasione della IIa edizione dell’evento a sfondo umanitario “Arte per l’ Antoniano” Il Fiore della Solidarietà. 

Mentre il binomio arte/solidarietà suscita sempre maggiore interesse tra collezionisti, addetti ai lavori e mondo della cultura, della politica e dello spettacolo, con “Arte per l’Antoniano” l’arte contemporanea diviene espressione d’amore e veicolo di attività sociali. 

Il percorso espositivo, vario e multisfaccettato si caratterizza per l’utilizzo di diverse tecniche, che oscillano dalla pittura alla scultura, dalla tecnopittura alla fotografia e vari mixed media, facendosi contenitore endogeno di valori quali carità e aiuto, sostegno e assistenza, soccorso e collaborazione, dei quali l’iniziativa si fa promotrice.

“Closer”, in una logica di  accomunanza,  può essere la chiave di fruizione delle opere in mostra, tutte rappresentative delle personali ricerche poetiche degli artisti invitati.

I lavori di Alberto Raiteri, Constantin, Giovanni Tamarri, Giuliano Marras, Laura Ragazzi, Morena Chiodi, Roberta Conti, Sandi Renko e Stefano Babboni a loro volta si accomunano avvicinandosi gli uni agli altri attraverso il mezzo espressivo della pittura; Giorgia Cisco, Paola Stefanizzi e Paolo Panzera, per l’utilizzo della fotografia tradizionale mentre Francesco Brunotti, Manuela Santini, Milena Sergi, Roberta Fanti e Rossella Dimichina si avvicinano per l’utilizzo della fotografia digitale. Giorgio Bevignani e Massimo Festi offrono unici esempi di scultura e tecnopittura, mentre con Cinzia Delnevo, Erika Latini, Barbara Iaccarino, Matteo Farolfi e Marco Temperilli, troviamo opere create su doppi registri come ricamo/disegno, fotografia/pittura, grafica/pittura digitale.


Alberto Raiteri con Indian Palace e Super Hero, tra primitivismo e graffitismo, ironia e ritmo narrativo scandito da slogan e giochi di parole dà luogo a rappresentazioni polemiche della realtà. Constantin, attraverso l’accostamento di ritratti con pezzi di carne, attraverso una tecnica pittorica che si avvicina all’iperrealismo, con Crocifissione, Senza titolo+ragazza e Senza titolo+box, riflette con ironia sulla morte e come questa si leghi alla vita. Giovanni Tamarri in Senza titolo 1, Senza titolo 2 e  Senza titolo 3, dipinge liriche composizioni di cieli, i soggetti delle quattro opere Senza titolo di Giuliano Marras, una sorta di landscape africani conseguenti da un’indagine artistica improntata sul sociale, appaiono come ombre emergenti da una fotografia scattata controsole. Laura Ragazzi in 23JBF, cod. TS 40/36, Mod. Dep. 228,  attraverso una pittura metaforica basata sul doppio registro umano/non-umano, organico/inorganico, originale/clone, riproduce frammenti di corpi di plastica e codici di fabbricazione accostati a codici fiscali, indagando la logica omologante che caratterizza la nostra società all’interno della quale l’individuo rischia quotidianamente di trasformarsi in automa. Morena Chiodi, con “Caos”,Germinazione”, La Caduta”, tra rimandi all’informale e bozzetti da entomologo, presenta una sorta di microcosmi naturali, teatrini della natura, Roberta Conti in Non volo, Diverso, Non io non tu e Donnine, “forme animate” risultato di un’umanità sintetizzata e deformata trasformata in  materia lievitante, indaga il senso di insofferenza interiore dell’uomo costretto nella scatola satura del “troppo” contemporaneo. Tra Costruttivismo, Optical Art e Arte Programmata, le forme geometriche modulari di Sandi Renko, Greenkubik, Kubik, Lillkubik, Rotondi, sapientemente calibrate tra armonia compositiva e raffinatezza tonale, sembrano rappresentare una ricerca che contestualizzata al nostro qui ed ora appare orientata verso il virtuale. Stefano Babboni, attraverso un operare artistico catartico dall’approccio performativo, attraverso il quale l’artista lascia l’impronta del proprio corpo sulla tela con l’intento di lasciare un “segno”, testimonianza dell’essere vivo, col ciclo “Protezioni” dal quale  Protezione 1, Protezione 2 (Corpo Psichico) e Studio (Corpo Pratico) indaga la sacralità del corpo. Giorgia Cisco con La Siesta, Architettura 1 e Italia-Spagna, attraverso la capacità di sintesi “cattura” immagini essenziali in bianco e nero, intense visioni ricche di significato della nostra contemporaneità liricizzata. Con Paola Stefanizzi, la fotografia sembra riacquistare l’anima pulsante, vitale, emozionante dei suoi soggetti,  presentandosi sempre allo spettatore come “territorio da esplorare”, come appare il corpo nel ciclo Passione 1, Passione 2 e Passione 3.  Scatti “ambientali” emozionanti e simbolici Bologna Gate#732s, Via Zamboni#432 e Palazzo di Re Enzo#475 di Paolo Panzera, che recuperano l’identità del luogo in contaminazione con la presenza umana. Scorci metominici della nostra città, dove la parte per il tutto è rappresentata ad esempio da un cane per Via Zamboni e le arcate “parlanti” per Palazzo di re Enzo. 

Tree Man, Tall girl e Rabbit Girl di Francesco Brunotti oscillanno sul registro bipolare fra realtà e irrealtà, colori alterati da luci al neon e atmosfere notturne, amore e solitudine, in uno stretto e “romantico” connubio tra la presenza umana e l’ambiente esterno che la ospita. Con Preconfezionata come vuoi tu, Ritratto con orchidea e Scoperta, immagini fresche, estetizzanti e dalla forte valenza pittorica, Manuela Santini indaga la condizione femminile e la sua posizione all’interno della nostra società. Al di là di un tempo e di uno spazio ben definito, elementi contemporanei entrano in contatto con una atemporalitá tipica del tempo del “C’era una volta” all’interno del quale la  donna appare come oggetto e soggetto, idolo e icona. Movimento, deformazione, contaminazione, questi gli elementi distintivi delle fotografie di Milena Sergi. Attraverso l’analisi di un unico soggetto, “la donna incinta di sei mesi” in Metamorfosi, corpi “disfatti” dalla natura, deformati dalla gravidanza e “contaminati” da un fattore esterno, il tatuaggio sono rappresentati attraverso giochi di sfocato e ombra. In linea con la dualità che abbiamo dentro dettata dalla schizofrenia del nostro tempo, le opere Roberta Fanti  Le prisonnier, Les pécheurs (4), Les pécheurs (5), giocano su un doppio livello di lettura, coppie antitetiche di significante - passione/piacere, spiritualità/carnalità, sacro/profano, antico/moderno - all’interno delle quali lo spettatore, protagonista attivo di questo scenario, ha il compito di decidere dove finisce la penitenza ed inizia il piacere, quando alla sacralità della sofferenza sostituire la sacralità del piacere. Ricercatezza, sperimentalismo e narrazione nelle fotografie di Rossella Dimichina, dove i titoli stessi suggeriscono la storia, Difference peacefully, Ignoble ashes of the bird of paradise, First hair left by the nature morning, tra iperrealismo immediato e irrealtà assoluta. La semplicità delle forme e l’innocenza delle composizioni ci introducono Meteoriti, sculture di Giorgio Bevignani, frammenti concepiti in una logica di trasmutazione della materia e deflagrazione delle forme, e attraverso i quali conseguentemente ad una riflessione filosofica, vengono indagate le tematiche della verità e del tempo. Attraverso la tecnica della tecnopittura  e seguendo una logica antropocentrica Massimo Festi crea una sorta di “commedia umana contemporanea”, in La festa è finita e Eroi l’artista incarna l’umanità delle “big issues” contemporanee dove i personaggi, come antieroi censurati, indossano una maschera, non più per nascondersi ma per presentarsi nella loro vera identità. Cinzia Delnevo in Senza titolo 1 e  Senza titolo 3,  attraverso un’alterazione spazio/temporale dove i tempi di posa fotografica vengono utilizzati dall’artista stessa per creare effetti visivi fruibili solo nella realtà dell’immagine, sonda la sua stessa immagine, catturata in autoscatti intimi e trasposti successivamente su tela. Erika Latini ne Il gioco più bello, Nell’attesa che inizi, Uno di noi, Da 0 a 46, attraverso la tecnica del ricamo che segue il ritmo di un segno immediato, automatico e irregolare, rappresenta simulacri di bambole, giochi e accessori, soffermandosi con la massima calma sul ricordo dei momenti felici della sua infanzia. Barbara Iaccarino in Senza titolo, tra realtà e sogno attraverso le sue fotografie di scorci di abitazioni come frame di un film, conduce lo spettatore attraverso atmosfere rarefatte stile “Fata Morgana”. Di grande raffinatezza le opere Sk soap bubble, In flower e Niña di Matteo Farolfi, che attraverso giochi liberty di forme fitomorfe ed alternando la tecnica del disegno vettoriale alla elaborazione digitale, restituisce una realtà leggera, diretta e per questo maggiormente “vera”. Estremamente comunicativo il linguaggio “pubblicitario” delle opere Listenhere, Newundergraphik e Dangeroustoyz3 di Marco Temperilli, dove il mondo dei giovanissimi viene rappresentato come fosse uno slogan visivo.



ISABELLA FALBO, testo critico per la mostra Kreativa, 24 artisti per il fiore della solidarietà, Progetto dell’Antoniano di Bologna in collaborazione con Galleria Artsinergy e Studiocaliceti, Bologna, Showroom Krea, maggio 2007